Diceva Mark Twain, "E' più facile ingannare la gente piuttosto che convincerla di essere stata ingannata"
Omero è una continua fonte di frustrazione per gli archeologi, per i filologi e tutti i commentatori... centinaia di pagine con migliaia di nomi, eventi, riferimenti, località ecc. che però finiscono con il confondere le idee anziché aiutarci a chiarirle. Ma se invece la soluzione fosse diversa da quelle faticosamente elaborate nei secoli dai letterati? Perché Omero ha continuato a lodare l'arte dell'inganno? Perché dormiva... o perché è lui che ha ingannato tutti per 3000 anni? E i miti sono soltanto delle belle favole oppure nascono da eventi reali di cui si comincia solo ora a intravvedere l'origine?

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venerdì 27 maggio 2016

Capitolo 4 - Ma chi era questo Omero?




Capitolo 4 - Ma chi era questo Omero?

“Il poeta può sopportare tutto. Tranne un errore di stampa.”
Oscar Wilde


Busto di Omero, copia romana di opera greca, Roma, Museo Capitolino

Dall’antichità fino ai giorni nostri, nei luoghi di potere è echeggiato il canto e la musica degli artisti che sbarcavano il lunario tessendo le lodi del potente di turno, o semplicemente cercando di allietarlo con belle storie. Non solo musicisti e letterati, ma anche pittori, scultori, vasai e una miriade di ottimi artigiani si spostavano da una corte all’altra, diffondendo le proprie tecniche e il proprio stile in vari angoli del pianeta. A volte tali artisti erano così bravi che le loro opere hanno continuato ad essere ammirate per parecchi secoli dopo che era venuto meno il motivo per cui erano state create, e il cantore è diventato più famoso del suo mecenate: quanti saprebbero dire presso chi lavorasse Dante Alighieri?
Ma pensiamo anche al più famoso poeta di Roma, Virgilio, che scrisse l’Eneide per  compiacere l’imperatore Augusto e dare lustro alla sua casata, attribuendo all’eroe troiano Enea il merito di aver fondato la dinastia. Il lavoro di Virgilio ricalca a volte spudoratamente i poemi omerici: Ulisse è sceso nell’oltretomba? Bene, anche Enea ci fa una capatina. Achille si è fatto forgiare le armi dal dio Efesto? Eccole belle e pronte anche per Enea. Gli Achei facevano le gare di corsa con i carri? Subito si organizza una gara tra le navi. E così via per cinquecento pagine. E siccome un po’ di campanilismo non guasta mai, ecco arrivare in aiuto di Enea anche delle truppe dalla lontana Mantova, città che aveva dato i natali allo stesso Virgilio. In effetti, Virgilio utilizzò una serie di leggende che già esistevano e ne aggiunse delle altre inventate di sana pianta per narrare le gloriose origini della Gens Iulia: oggi la chiameremmo una “compilation a tema”. Se ne vergognava un pochino, a dire il vero, tanto che in punto di morte ordinò che fosse bruciata: il che non avvenne per l’intervento dello stesso imperatore, e per la gioia degli studenti dei duemila anni successivi.
 
Lucignano (Arezzo). Affresco nel Palazzo Comunale, raffigurante Publio Virgilio Marone


Altri poemi celebrativi nacquero per esaltare la casa regnante dell'epoca attraverso la nobiltà dei suoi antenati, oppure per motivi di propaganda ideologica e religiosa. I critici letterari, che amano le parole difficili, hanno chiamato questo genere di autori con l’appellativo di “panegiristi”, perché scrivevano il panegirico, cioè un componimento finalizzato all’esaltazione dei meriti di un personaggio, di una città o di un popolo. I primi esempi conosciuti risalgono alla Grecia del VI secolo avanti Cristo, ma qualcosa di molto simile ha continuato ad esistere fino ad oggi, passando dalle canzoni dei paladini medioevali alle pompose opere realizzate per i regimi totalitari. Solo nell'epoca moderna, grazie all'invenzione della stampa e all'alfabetizzazione di massa, qualche autore è riuscito a campare "vendendo" le proprie opere, ma fino a poco tempo fa un artista aveva sempre bisogno di un committente che lo foraggiasse e talvolta lo proteggesse. A meno che non fosse ricco di suo o avesse un altro lavoro. Persino gran parte delle scoperte scientifiche sono state opere di preti o di nobili, cioè di gente che poteva vivere senza lavorare. Ma la domanda fondamentale è: "A chi potevano servire l'Iliade e l'Odissea?"
Si può ragionevolmente pensare che anche Omero, circa dieci secoli prima di Virgilio, e pochi  secoli prima degli antichi panegiristi, abbia fatto qualcosa di simile: prendere una serie di leggende, adattandole e legandole assieme attraverso un filo comune. Naturalmente si trattava di esaltare la famiglia reale di allora, composta da Telemaco e Penelope, ed attribuire loro una dignità regale confermata non solo dal “miracoloso” e vendicativo ritorno del titolare Ulisse, ma anche  dalla volontà divina. Omero non fa “mitologia”, ma fa “mitizzazione”, ovvero si occupa di trasformare un personaggio realmente esistito (il protagonista Ulisse nel caso dell’Odissea, Achille nel caso dell’Iliade) in un essere semidivino, che  interagisce frequentemente con gli dei. Gli altri possono essere potenti sovrani o grandi guerrieri, ma sono sempre umani: possono invocare le divinità, ma esse non rispondono se non tramite qualche fenomeno naturale, mai “dialogando”, come invece fa la dea Atena con Ulisse, oppure la ninfa Teti con suo figlio Achille (il quale si mette addirittura a parlare con il proprio cavallo, nel finale del diciannovesimo libro dell’Iliade!). D’altra parte, quando gli antropologi chiedono a qualche anziano capotribù di uno sperduto villaggio di parlare dei propri antenati, si sentono narrare delle storie tipo questa: “Mio padre era un grand’uomo, ma mio nonno era un uomo eccezionale; il bisnonno addirittura sapeva fare cose che nessun altro uomo ha saputo ripetere, mentre i miei antenati erano degli Dei”. Del resto se chiedessimo a molti di noi come si chiamavano i nostri trisnonni, che mestiere facessero, e di dove fossero originari, non saremmo in grado di rispondere. Naturalmente noi possiamo anche non credere all’origine  divina del buon capotribù, ma ciò non toglie che egli abbia avuto realmente un padre, un nonno e degli antenati! In qualunque dinastia il sovrano discende da un Dio o da un eroe leggendario; quindi c'è bisogno di inventare una mitologia che lo riguardi. Se poi qualche leggenda preesistente si può adattare al nuovo personaggio, tanto meglio: ecco spiegato come mai ci sono continue analogie tra miti anche molto distanti tra loro sia nel tempo che nello spazio.

 Vista infine l’influenza di Penelope come regina, era bene esaltare anche la condizione femminile: da qui l’importanza di personaggi come Arete, Circe, Calipso, Nausicaa, che sono comunque in grado di soggiogare il povero maschio con il potere politico, le arti magiche o semplicemente l’ingenuità e la bellezza.

Ma… nella vita dei cantori c’è sempre un ma… Omero ha trovato il modo di inserire tutta una serie di messaggi, più o meno criptici, per far capire come la vicenda  si fosse sviluppata veramente. In pratica, Omero, che alcuni biografi antichi dicevano “amante degli enigmi”, ha raccontato un autentico “thriller”, fornendo tutti gli indizi per scoprire l’assassino, senza però fornire la soluzione finale.
Ho quasi l’impressione che ci stia osservando con un sorriso beffardo pensando: “Razza di zucconi, ce ne avete messo di tempo per scoprire come sono andate le cose!”. E il bello è che Omero trova anche il modo di parlare di se stesso in modo lusinghiero, come sempre mettendo i discorsi in bocca ad altri. Ed ecco infatti che [...]

Fin dall’antichità è sorto il problema di capire chi fosse in realtà Omero, e quale origine avessero avuto i suoi poemi più famosi, ossia l’Iliade e l’Odissea, per non parlare di alcune operette minori che gli vengono attribuite. In realtà non c’è quasi niente di certo: tutto ciò che è stato detto e scritto fino ad oggi appartiene al campo delle ipotesi, non suffragate però da alcuna “prova” inoppugnabile. Talvolta queste ipotesi si sono consolidate, tanto da apparire come fatti del tutto acquisiti e indubitabili: niente di più sbagliato! Diceva Sherlock Holmes: «È un errore enorme costruire teorie prima di avere in mano tutti gli elementi. Senza accorgersene, si cominciano a deformare i fatti per adattarli alle teorie, anziché accordare le teorie ai fatti».
Riassumiamo brevemente quanto sembra emergere dagli studi di filologi, storici ed archeologi: in base a vari elementi, si pensa che Omero fosse un poeta vissuto in Grecia intorno all’VIII (alcuni dicono VI) secolo avanti Cristo, ma che gli eventi da lui narrati risalgano al XIII-XII secolo circa avanti Cristo, poiché le caratteristiche della società e della tecnologia (per esempio le armi di bronzo), sono molto più arcaiche di quelle dell’ottavo secolo. Purtroppo non si trova niente che possa far risalire gli avvenimenti a prima dell’ottavo secolo: né scritti, né vasi, né affreschi, né altro che possa essere messo in relazione con i personaggi omerici, se non a costo di acrobatici esercizi di fantasia, per non dire di vere e proprie forzature.[...]



In epoca romana, il poeta Orazio si permetteva di sbeffeggiare il suo illustre predecessore per le sue (presunte) incongruenze, affermando che “Ogni tanto dorme il buon Omero” (“Quandoque bonus dormitat Homerus”). Nel XVII secolo l’abate François Hédelin D’Aubignac e Giambattista Vico  utilizzarono il termine “questione omerica” per indicare la miriade di problemi irrisolti, e apparentemente irrisolvibili, legati alla persona di Omero e alla genesi dei suoi poemi: un autentico “mattone” indigesto per i poveri studenti e gli altrettanto poveri insegnanti. La  disputa sulla questione omerica è ancora viva ai nostri giorni e quanto ora abbiamo riferito è solo un breve cenno.

Ma a questo punto, alla luce di quanto sta emergendo dal nostro studio, si può tentare di rispondere ad alcune domande fondamentali: Omero è dunque un personaggio realmente esistito? Ora si può pensare realisticamente di sì, anche se non si sa niente di certo: i suoi biografi hanno lavorato molto di fantasia. Ed è sempre lui l’autore di entrambi i poemi? Anche ciò è probabile: potrebbe pure essere che egli abbia scritto solo l’Odissea, e che l’Iliade fosse un testo che esisteva in precedenza, al quale sono state apportate alcune modifiche utili a far quadrare i conti: del resto anche i cantori descritti  nell’Odissea, come Femio e Demodoco, sono due poeti diversi, che narrano però le stesse cose.
Ma i poemi raccontano dei fatti realmente accaduti, o sono soltanto una serie di miti che non trovano riscontro nella realtà? Adesso tale concetto è da rivedere: con queste chiavi, la percentuale di invenzione mitologica si abbassa drasticamente, ed aumenta invece quella di realisticità di entrambi i poemi. I miti non nascono dal nulla, ma sono funzionali allo svolgersi del racconto. Le differenze stilistiche [...]

Scompaiono così anche le apparenti incoerenze, che avevano fatto pensare ad un’opera di più cantori, anziché a quella di un unico autore che ha ben chiaro che cosa vuole raccontare e perché.  Nella seconda parte di questo libro esamineremo ulteriori possibili spiegazioni alternative, e potremo vedere come un’altra chiave, forse ancor più sorprendente, ci consenta di individuare l’origine di certe mitologie di cui finora non si è mai capito molto, nonché di chiarire meglio ulteriori punti oscuri a cui abbiamo accennato, in particolare riguardo alla datazione dei poemi.
Riepilogando, invece, le interpretazioni che vengono insegnate tutt’ora nelle scuole e nelle università di tutto il mondo, i poemi omerici sembrerebbero  un caso praticamente unico, fuori da tutti gli schemi e da tutte le logiche. Senza uno scopo, senza un autore, senza  un committente, e che raccontano storie mai avvenute di personaggi mai esistiti, in luoghi introvabili. Forse c’è qualcosa che non va.
[...]

lunedì 23 maggio 2016

L'ASTUTO OMERO

Il nuovo libro di Alberto Majrani si intitola "L'ASTUTO OMERO - Ulisse, Nessuno, Filottete e il geniale inganno dell'Odissea" e risolve TUTTI (o quasi) i problemi della questione omerica e molti altri sull'origine delle mitologie.Tutte le apparenti incongruenze dell'Iliade e dell'Odissea, che hanno afflitto generazioni di studenti ed insegnanti, istituendo l'irrisolta e micidiale "Questione Omerica", trovano ora una brillante spiegazione; finalmente si riesce a far concordare in modo realistico gli antichi testi con i dati storici e archeologici, rivelando pienamente la genialità del loro autore. Non ci credete? Potete richiedere l'ebook completo con 200 immagini e IL TESTO RADDOPPIATO RISPETTO ALLA PRIMA EDIZIONE. Costa solo euro 3,14... mi sembrava una cifra particolarmente adatta per i fan della grecità! Per riceverlo assieme con le modalità di pagamento basta inviare una mail ad alberto.majrani@tiscali.it . Si può anche cliccare su paypal.me/Majrani
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 L'ebook può essere inviato in formato epub, kindle azw3, o pdf con caratteri grandi o piccoli, o altro ancora su richiesta. Può essere letto su qualsiasi supporto: computer, ipad, tablet, smartphone ecc. Per l'edizione cartacea, invece, c'è da aspettare... Potete chiedere anche l'amicizia ad Alberto Majrani su facebook https://www.facebook.com/alberto.majrani  . Altre informazioni su www.filottete.it. QUI DI SEGUITO TROVATE UN AMPIO RIASSUNTO, I COMMENTI DI CHI L'HA GIA' LETTO, DIVERSI ESTRATTI DAI VARI CAPITOLI E MOLTO ALTRO... PARTITE DAL FONDO!

VIDEOINTERVISTA RELATIVA ALLA PRIMA EDIZIONE www.filottete.it


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Capitolo 2 - Filottete, chi era costui?



Capitolo 2 - Filottete, chi era costui?

“Dategli una maschera e vi dirà la verità”
Oscar Wilde


Telemaco arriva dunque a Pilo, dal vecchio re Nestore, che era stato uno dei capi della spedizione a Troia. Gli chiede notizie del padre e, nonostante che la dea Atena, stavolta sotto le spoglie di Mentore, lo abbia appena incoraggiato a sperare, al solito non sembra dubitare della sua morte:

Ma tutti gli altri che coi troiani lottarono,
sappiamo dove ciascuno di triste fine perì;
di lui persino la morte ha reso ignota il Cronide (III, 86-88)

Nestore rievoca le sorti degli Achei sotto le mura di Troia e loda Ulisse:

Ebbene, là mai nessuno volle con Odisseo misurarsi
d’ingegno, ché troppo ci superava Odisseo luminoso
in tutti gli inganni, il padre tuo (III, 120-122)

E poi osserva come Ulisse l’ingannatore rassomigli a Telemaco (e ora cominciamo a capire perché…).
Quindi comincia a narrare dei difficoltosi ritorni a casa dei vari comandanti achei e se ne esce subito con una dichiarazione molto interessante:

Bene -mi dicono- sono arrivati i Mirmidoni forti con l’asta
Che il figlio glorioso del magnanimo Achille guidò,
e bene Filottète, lo splendido figlio di Peante (III, 188-190)

Eccolo qui il nostro eroe, colui che sarà il vero esecutore di tutto il piano per eliminare gli odiosi pretendenti. Ma chi era questo Filottete? Vari racconti mitologici narrano che Eracle (Ercole), moribondo e sofferente per un avvelenamento, voleva togliersi la vita facendosi dare fuoco sulla propria pira funeraria; nessuno però aveva il coraggio di accendere il rogo, tranne appunto Filottete. Per questo gesto Eracle, riconoscente, gli donò il suo arco e le frecce, con i quali Filottete divenne un arciere infallibile e re di Etolia. Egli aveva promesso di non dire a nessuno dove si trovava la tomba di Ercole, ma un giorno, con una di quelle “furbate” tipiche degli Achei che abbiamo cominciato a conoscere, pensò bene di indicare il luogo non a voce, ma battendo il piede per terra nel punto esatto.






Anfora con Ercole e Filottete; Ercole Farnese, III secolo d.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli; statua di Ercole a Udine


Naturalmente gli dei punirono questo comportamento scorretto: infatti, mentre guidava un contingente di Achei alla volta di Troia, venne ferito proprio al piede da un serpente (o forse da una delle sue stesse frecce). La lesione si infettò tanto da emanare un puzzo micidiale; inoltre gli acuti lamenti del povero ferito angosciavano talmente i compagni che essi si videro costretti ad abbandonarlo sull’isola di Lemno, dove rimase vivendo di espedienti per quasi tutta la durata della guerra. Omero racconta nell’Iliade del suo gruppo di guerrieri:

di questi guidava Filottete esperto dell’arco
sette navi: e cinquanta rematori in ognuna
salivano, esperti a combattere gagliardamente con l’arco.
Ma egli giaceva in un’isola, soffrendo violenti dolori,
in Lemno divina, dove lo lasciarono i figli degli Achei,
che spasimava  per la piaga maligna di serpe funesto;
Egli giaceva laggiù straziato, ma presto dovevano ricordarsi
gli Argivi, presso le navi, del sire Filottete (Iliade II, 718-725)

Infatti una profezia avvertiva che Troia sarebbe caduta solo grazie alle armi di Eracle. Per cui Filottete, con le armi ereditate dal forzuto eroe, fu recuperato nell’isola, curato e rimesso in sesto dai medici achei. Proprio una delle sue frecce ucciderà Paride, il  principe troiano che aveva dato inizio a tutti i guai rapendo la bella Elena, moglie di Menelao. E’ importante notare che Omero non racconta che Filottete fu abbandonato a Lemno per ordine di Ulisse: questa è un’elucubrazione dei mitografi successivi, poi ripresa anche da Sofocle. Quindi non c’è motivo per pensare che Filottete dovesse covare del risentimento nei confronti di Ulisse o dei suoi familiari. L’opera di Sofocle fu rappresentata per la prima volta nel 409 avanti Cristo, mentre Omero è di almeno tre o quattro secoli precedente, quindi è molto più vicino agli avvenimenti (che, come argomenteremo nella seconda parte, confutando tutte le altre datazioni, si sarebbero svolti intorno all'ottavo secolo avanti Cristo). Per cui si può pensare che Omero sia un testimone... oculare delle vicende (mica male per uno che dovrebbe essere cieco!), mentre Sofocle parli per sentito dire. E raccontando  che Filottete è stato abbandonato sull’isola per colpa di Ulisse finisce per ingarbugliarsi da solo nella sua stessa narrazione, tanto da dover fare intervenire addirittura il fantasma di Ercole (il classico “deus ex machina”) per sbrogliare la matassa.
Riepilogando,  Filottete aveva sicuramente due caratteristiche: la prima, l’abbiamo vista, quella di essere un eccellente arciere; l’altra, che non viene mai messa in evidenza, ma che doveva esserci sicuramente, era quella di essere zoppo, per le conseguenze della grave infezione al piede. E vedremo come questo particolare sarà uno dei motivi di certi strani comportamenti del falso Ulisse che giungerà ad Itaca; mentre al contrario, il vero Ulisse, di cui si raccontano le imprese in giro per il mondo, è un eccellente corridore in perfetta forma.
Ma c’è un altro personaggio della mitologia classica che è tipicamente zoppo: il dio Efesto (Vulcano), che lavora come fabbro nella sua officina. Si noti che di solito gli antichi disprezzavano la deformità fisica, mentre nel caso di Efesto questo grave handicap non gli aveva impedito di essere un dio e soprattutto di sposare Afrodite, cioè Venere, la più bella delle dee.  E vedremo come ci siano continui rimandi tra le vicende di Efesto e quelle di Filottete. Del resto anche lo stesso Filottete, in tempi migliori,  era stato uno dei pretendenti alla mano di Elena, la più bella delle donne. E i pretendenti, prima che venisse scelto come sposo Menelao, si erano giurati un leale patto di reciproca assistenza, da cui era derivato l’obbligo morale di aiutare lo stesso Menelao a riconquistare la moglie rapita. A parte naturalmente ogni considerazione di carattere economico, visto che il buon Paride, oltre che la regina, si era pure fregato abilmente il tesoro della corona, e che viceversa gli Achei, in caso di vittoria, si sarebbero spartiti tutti i beni della ricchissima città nemica.
Ma un’altra notizia clamorosa potrebbe riguardare Filottete: si narra che dopo essere rientrato felicemente  in patria sia ripartito errando a lungo per il mare e fondando numerose città. Quindi il celeberrimo inizio dell’Odissea potrebbe non riguardare Ulisse, che infatti viene nominato solo dopo venti versi, bensì proprio Filottete!

L’uomo ricco di astuzie raccontami, o musa, che a lungo
errò dopo aver distrutto la rocca sacra di Troia;
di molti uomini le città vide e conobbe la mente,
molti dolori patì in cuore sul mare,
lottando per la vita e per il ritorno dei suoi (Odissea, I, 1-5)

Dopo questo shock non da poco,  torniamo alla nostra storia: Nestore invita Telemaco a recarsi a Sparta, a casa di Menelao, non prima di avere nuovamente accennato alle vicende di Agamennone. Anche Menelao rievoca la storia del fratello, che ricorda per molti versi quella degli stessi Ulisse e Penelope. Rientrato a Micene dopo la guerra, Agamennone è stato ucciso a tradimento durante un banchetto da Egisto, amante della moglie Clitemnestra. Poi il figlio Oreste ha provveduto a vendicare la morte del padre, guadagnandosi sempiterna gloria (e il diritto al trono). Come abbiamo già visto, il racconto è un modo per suggerire a Telemaco come comportarsi. Da notare altre similitudini: il traditore tende un agguato con 20 uomini, dopo aver messo un uomo di sentinella a scrutare  il mare, la stessa cosa che tenteranno di fare i Proci con Telemaco.
E intanto, sia Menelao che Telemaco non perdono nuovamente occasione per far capire al lettore, o meglio all’ascoltatore,  che il povero Ulisse è morto e non potrà tornare mai più. Mentre il figlio di Nestore, che ha accompagnato Telemaco, non esita a mostrare come si potrebbe aiutarlo:

Molte pene un figlio di padre lontano è costretto a soffrire
in casa, uno che altri difensori non abbia,
come ora Telemaco ha il padre lontano e non ha nessun altro
che lo difenda dalla sventura tra il popolo (IV, 164-167)

Dato che la scena avviene mentre Menelao sta presenziando ad un banchetto di nozze, possiamo anche presumere che ci fossero parecchi invitati provenienti dalle località vicine, tra i quali magari reclutare i difensori necessari. Ma questa è solo una supposizione, naturalmente. Come pure si può supporre che quando Menelao regala a Telemaco un prezioso cratere d'oro e d'argento, sottolineando per due volte in momenti diversi (IV, 617 e XV, 117) che esso era opera di Efesto, questo serva proprio per far intuire che ci sarà bisogno di qualcuno simile allo "zoppo divino" per risolvere la faccenda.
Poi Menelao racconta di quando si trovava nell’isola di Faro, senza più niente da mangiare e senza vento per tornare in patria, e di come si fosse fatto aiutare dalla figlia di Proteo, il Vecchio del mare che era in grado di cambiare continuamente aspetto e anche di fare profezie, ma solo se trattenuto strettamente. Su suggerimento della fanciulla, Menelao ed altri tre compagni si travestono da foche per tendere un agguato al Vecchio e interrogarlo. Preso e immobilizzato, Proteo raccomanda quindi di tornare fino in Egitto dove fare dei sacrifici agli dei, per riprendere finalmente incolume la rotta verso casa.
Che bisogno c’era di raccontare questo episodio? Forse è un modo per suggerire come anche Filottete dovrà mascherarsi da Ulisse per battere i  pretendenti. Anche i personaggi sono un padre e una figlia (che riunisce i caratteri di Penelope e Telemaco), che deve tessere un inganno per ottenere il suo scopo; e c’è pure una situazione statica senza via d’uscita, con gente che mangia le provviste su di una piccola isola, con quattro uomini che devono agire, così come al momento giusto saranno in quattro a compiere la strage dei Proci: Telemaco, “Ulisse” (ovvero Filottete), il porcaro Eumeo e il mandriano Filezio. Menelao inoltre si lamenta del fetore emesso dalle pelli delle foche che lui e i compagni usano per travestirsi: molto raramente la “puzza” fa la sua comparsa nella mitologia, che tende ovviamente a privilegiare argomenti più elevati. Ma, come abbiamo visto, pure la ferita di Filottete, quando era ancora infetta, presentava in modo drammatico lo stesso problema: quindi anche questa può essere un’indicazione per richiamare alla mente la sua vicenda.
Come sempre, anche i racconti mitologici più improbabili non sono fini a se stessi, ma suggeriscono in modo nascosto quale sarà l’esito finale. Osserviamo che, pure in questo caso, i personaggi immaginari sono gli unici a dire che Ulisse è ancora vivo. Proteo afferma infatti che Ulisse è naufragato sulla lontana isola della ninfa Calipso e non è in grado di tornare; poi profetizza a Menelao quale sarà il suo futuro: ma se è in grado di conoscere il futuro, come mai non sa prevedere il destino di Ulisse?
Allo stesso modo possiamo vedere il finale del IV libro, con la dea Atena che appare in sogno a Penelope come il fantasma della sorella, per tranquillizzarla del fatto che Telemaco sta per tornare. Al che Penelope non perde tempo e domanda del marito:

Se un nume sei, e voce ascolti di numi,
dimmi dunque anche di quel misero,
se ancora è vivo e vede la luce del sole
oppure è morto, è nelle case dell’Ade”
E rispondendo le disse l’evanescente fantasma:
“No, questo non te lo dirò chiaramente
se è vivo o morto: è male fare chiacchiere al vento (IV, 830,837)

Sorella dispettosetta, eh?

Capitolo 1- NON ILLUDETEVI, ULISSE E’ MORTO (MA NON SEPOLTO)





“Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità”.
Friedrich Nietzsche 


Penelope e Ulisse, Parigi, Louvre, V secolo a.C.

Chi era Omero? E chi era Ulisse? C’è una verità nascosta dietro gli immortali versi dell’Iliade e dell’Odissea? Per tre millenni queste domande hanno appassionato, e nello stesso tempo afflitto, generazioni di studiosi di tutto il mondo. L’Odissea di Omero è forse il libro più conosciuto sulla faccia della terra. Chi non ha mai sentito parlare di Ulisse (o Odisseo che dir si voglia) e delle sue peregrinazioni per tornare all’amata isola d’Itaca, dalla fedele moglie Penelope e dal figlio Telemaco? E quanti libri, e saggi, e romanzi, e dipinti, e film, e persino comuni modi di dire  hanno per protagonisti il mitico Ulisse e suoi compagni di sventure? Anche il più moderno dei mezzi elettronici, Internet, fornisce parecchi milioni di pagine da consultare che contengono il suo nome. Ma quanti possono affermare tranquillamente di aver letto tutto il poema, e di conoscerlo perfettamente? Probabilmente non sono tantissimi, ma bisogna ammettere che sono comunque in buon numero. Eppure, finora mai nessuno è stato così folle da pensare che il vero protagonista dell’Odissea non sia… Odisseo, ma un personaggio molto più oscuro, quasi sconosciuto, di cui anche nel testo si parla pochissimo: Filottète. Ma se vorrete seguirmi nell’analisi del capolavoro omerico con questa insolita chiave interpretativa, vi accorgerete che con essa si aprono quasi tutte le porte. Insomma, come Shakespeare fa dire di Amleto, “in questa follia c’è del metodo”.
Dunque cominciamo: per le citazioni mi sono avvalso della traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, che è tutt’ora una delle migliori e più fedeli al testo originale, confrontandola, in caso di dubbio, con quelle di altri traduttori professionisti, e consultandomi con grecisti esperti. Ho evitato le versioni poetiche classiche, tipo quelle ottocentesche di Vincenzo Monti (per l’Iliade) o di Ippolito Pindemonte (per l’Odissea), che non garantiscono lo stesso grado di fedeltà. In ogni caso, ogni verso citato riporta l’esatta collocazione, in modo che i lettori più preparati possano immediatamente confrontarlo con la versione originale in greco antico.
Per i più distratti, invece,  ricordiamo che i poemi omerici narrano le vicende della guerra di Troia, provocata dal rapimento della bella Elena, moglie del re acheo Menelao, ad opera del principe troiano Paride, figlio del re Priamo. In seguito a tale gesto sconsiderato, gli Achei, detti anche Danai o Argivi, organizzano una spedizione punitiva alla volta di Troia (chiamata anche Ilio),  per riprendere la regina rapita e saccheggiare la città. La coalizione, comandata dal re di Micene Agamennone, fratello maggiore di Menelao, comprende alcuni noti personaggi come Ulisse, Achille, Patroclo, Nestore, Aiace e, naturalmente, il nostro Filottete. In fondo a questo libro si trova un breve dizionario dei nomi e dei luoghi, per aiutare il lettore a districarsi nel complesso mondo della mitologia, senza appesantire la narrazione con spiegazioni superflue. Accanto ai nomi greci delle divinità ho comunque indicato anche il corrispondente nome romano per facilitarne l’identificazione.



Paride rapisce Elena, arazzo, castelli della Loira, Francia; Paride arciere, V secolo a.C., da Altino (Venezia)

Mentre l’Iliade è più che altro una continua cronaca di battaglie, l’Odissea si occupa del “nostos”, ovvero del complicato e talvolta drammatico ritorno a casa degli eroi achei dopo dieci anni di assedio e la distruzione della città nemica. Il poema narra che Ulisse ritorna a casa da solo, dopo una infinita serie di peripezie durante le quali ha perso i compagni, e uccide a colpi di freccia tutti i Proci, cioè i pretendenti alla mano di Penelope e al trono di Itaca, che si sono insediati come padroni nella sua reggia. Poi Ulisse sarà destinato a riprendere il mare in cerca di nuove avventure.
Ma è questa la verità? La vicenda si è svolta veramente così, oppure Omero ci manda dei messaggi che ci fanno capire che l’Odissea può essere letta in tutt’altro modo? Molti credono di conoscere l'Odissea perché hanno ben scolpite nella mente le fantastiche avventure di Ulisse, da lui stesso raccontate nella parte centrale del poema, ma le parti più interessanti e realistiche si trovano all'inizio, con il viaggio di Telemaco alla ricerca di alleati per sconfiggere i Proci, la cosiddetta Telemachìa, e alla fine, con l'arrivo simultaneo di tutti i congiurati. Alcuni commentatori ritengono che  la parte iniziale sia semplicemente un  prologo poco brillante di un’opera che solo all’apparire di Odisseo acquista tono e spessore. Al contrario, come vedremo, proprio la trascurata Telemachia fornisce una sbalorditiva soluzione per la corretta interpretazione di entrambi i poemi omerici! 
L'Odissea  è convenzionalmente divisa in 24 libri, contraddistinti da numeri o da lettere dell’alfabeto greco. Già nei primi libri, l’idea che Ulisse sia morto viene affermata più volte con decisione, e da personaggi reali, mentre l’ipotesi che sia ancora vivo è sempre espressa in modo dubitativo, e da personaggi più o meno immaginari, come gli dei, ai quali si può tranquillamente attribuire qualsiasi affermazione, visto che raramente si preoccupano di smentirla. Ecco dunque che la narrazione si apre con il concilio degli dei, che si stanno accordando per far finalmente tornare Ulisse dalla sperduta isola di Ogigia; qui l’ha fatto naufragare il potente dio del mare Poseidone Enosictono (cioè Nettuno “lo Scuotiterra”), che odia Ulisse perché ha accecato e sbeffeggiato suo figlio Polifemo. Per cui Zeus (Giove), il più potente degli dei, spiega:

Perciò Poseidone Enosictono, se pur non l’uccide,
fa errare lontano dalla sua terra Odisseo (libro I, versi  74-75)

Già quel “se pur non l’uccide” è significativo: perché mai Poseidone non dovrebbe fare fuori anche Ulisse, come ha fatto con tutti i suoi compagni?



 
Stoccolma, Castello di Drottningholm, statua di Nettuno; Berlino, fontana di Nettuno; la Saliera di Benvenuto Cellini, con Nettuno(il Mare) e la Terra, Vienna, Kunsthistorische Museum.

 Ma ora l’azione si sposta a Itaca, dove Telemaco

Sedeva tra i pretendenti, crucciato nell’anima,
sognando il nobile padre nel cuore, se a un tratto venisse
e liberasse da tutti i pretendenti la casa
e riavesse il suo onore e sopra i suoi beni regnasse.
Questo, seduto tra i pretendenti, sognava. (I, 113-117)

Appunto, il ritorno del padre è solo nei pensieri di Telemaco, che poi si lamenta dell’arroganza dei pretendenti:

questo piace  a costoro, la cetra, il cantare,
oh certo!, perché divorano impunemente l’altrui,
gli averi d’un uomo di cui l’ossa bianche alla pioggia marciscono
sopra la terra, o forse nel mare l’onda le rotola.
Ma se lo vedessero tornare qua in Itaca,
tutti farebbero voto d’esser più lesti di piedi,
che ricchi d’oro o di splendide vesti.
Invece è finito cosi, di mala morte, e noi non abbiamo
conforto più, se anche qualcuno fra gli uomini
dice che tornerà; il giorno del suo ritorno è perduto! (I, 159-168)

Evidentemente, il buon Telemaco non amava molto le attività musicali; sembra quasi che proprio a lui sia dedicata questa frase di William Shakespeare: "L’uomo che non ha musica nel cuore ed è insensibile ai melodiosi accordi è adatto a tradimenti, inganni e rapine; i moti del suo animo sono spenti come la notte, e i suoi appetiti sono tenebrosi come l'Erebo: non fidarti di lui.".  Forse, se i Proci se ne fossero accorti, la storia dell'Odissea sarebbe finita in tutt'altro modo!
E comunque, qui si trovano già tutti i temi della vicenda: Telemaco sa che il padre è morto, ma capisce che solo il suo ritorno potrebbe liberare la casa da tutti i parassiti che la infestano. Così la dea Atena, che ha  assunto le sembianze di Mente, capo dei navigatori Tafi, si preoccupa di rincuorarlo e dargli i giusti consigli. Da notare che tutti coloro che potrebbero dare una testimonianza della congiura che sta per essere messa in atto  sono destinati a sparire rapidamente. Mente è un mercante sempre in viaggio, e se anche qualcuno l’avesse potuto rintracciare, poteva sempre rispondere di non saperne niente, dato che quella che parlava con la sua voce era la dea Atena e non lui. Come vedremo, qualcosa di simile  si potrà dire del quasi omonimo Mentore, l’amico di famiglia, del popolo dei Feaci, di Laerte, della nutrice Euriclea, di Teoclimeno e persino del  cane Argo!
E dunque Mente-Atena dichiara:

Perché sulla terra morto non è Odisseo luminoso,
ma ancora vivo nel vasto mare è impedito,
forse in un’isola in mezzo all’onde, gente feroce l’ha in mano,
selvaggia, che suo malgrado lo tiene.
Ma farò un vaticinio, come dentro nell’animo
gl’immortali m’ispirano, e credo avrà compimento,
per quanto io non sia né indovino, né esperto d’uccelli:
non molto tempo lontano dalla sua terra paterna
starà, neppure se ferrea catena lo tiene;
saprà tornare perché è ricco d’ingegno (I, 196-205)

Cioè afferma di non essere un indovino, ma di voler fare una previsione: come dire, “sono un bugiardo, puoi credermi!”. Ed infatti mostra di smentirsi subito:

Molto spesso ci trovavamo noi due,
prima che si imbarcasse per Troia […]
Da allora non ho più visto Odisseo, né me lui (I, 209-212)

e Telemaco, di rimando:

L’hanno annientato, come nessuno tra gli uomini (I, 235)

L’hanno travolto le Arpie, senza gloria,
non visto, ignoto è scomparso: e a me gemiti e pene
ha lasciato (I, 241-243)

E Mente dà il consiglio giusto:

T’esorto intanto a pensare
come puoi toglierti i pretendenti di casa (I 269-270)

Va’ a Pilo, prima di tutto, il chiaro Nestore interroga,
e di là a Sparta, dal biondo Menelao,
che è tornato per ultimo fra gli Achei chitoni di bronzo.
E se del padre saprai vita e ritorno,
quantunque stremato, un anno ancora sopporta:
se invece senti che è morto, che non è più,
allora tornato alla terra paterna,
alzagli il tumulo, offrigli i doni funebri,
molti, come è giustizia, e affida a un marito la madre.
Quando infine avrai fatto e compiuto ogni cosa,
medita allora nell’animo e in cuore
come potrai massacrare in casa tua i pretendenti,
se di nascosto, d’inganno, o apertamente: non devi
fare il bambino che non hai tale età.
Non senti che gloria s’è fatta Oreste divino
fra gli uomini tutti, uccidendo l’assassino del padre,
Egisto ingannatore, che il nobile padre gli uccise?
Anche tu, caro, poiché bello e aitante ti vedo,
sii forte, che ci sia chi ti lodi ancora fra i tardi nipoti.
Ma all’agile nave ormai tornerò,
e ai compagni, che certo sono irati aspettandomi.
E tu abbi a cuore la cosa, e ai miei consigli da’ ascolto (I 284-305)

Davvero un bel consiglio: istigazione all’omicidio, anzi, al massacro! Ma se l’esortazione viene da una dea, come dire di no? Non dimentichiamoci comunque che siamo in un’epoca all’alba della civiltà, quando i rapporti tra gli uomini venivano frequentemente  risolti in modo brutale con la forza delle armi. Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nell’età del bronzo…
Oreste era il giovane figlio di Agamennone e Clitemnestra, la quale, assieme all'amante Egisto, aveva assassinato a tradimento il comandante acheo appena rientrato dalla guerra. Il riferimento alla vicenda di Oreste, che vendica il padre uccidendo la madre e l'usurpatore, viene ripetuta più volte all'interno del poema; già nei primi versi (I, 28-43) ne parla nientemeno che Zeus, durante il convito degli dei. Tale rievocazione è sempre sembrata del tutto incongrua, visto che il fatto sarebbe avvenuto ben due anni addietro, ma alla luce della nostra interpretazione diventa del tutto logica: anche Telemaco deve imitare Oreste, e in assenza del padre e sovrano legittimo, eliminare coloro che tentano di usurparne il trono. Leggendo bene il discorso di Mente, si deduce che anch'egli dà per scontato che Ulisse ormai è morto e che Telemaco deve darsi da fare prima che sia troppo tardi.
Ma continuano le “dichiarazioni di morte presunta” di Ulisse. Mentre l’aedo Femio canta le vicende della guerra di Troia e del penoso ritorno degli Achei, Telemaco commenta:

Ché non il solo Odisseo perdette il ritorno
a Troia, ma molti altri eroi vi perirono (I, 354-355)

E rivolgendosi ad uno dei capi dei pretendenti:

Eurimaco, perso è il ritorno del padre:
non credo a notizia, chiunque la porti,
né profezia mi interessa, se a volte la madre,
profeti invitando a palazzo, ne interroga (I, 413-416)

Le vicende si svolgono in un periodo storico in cui il diritto regale non è ancora codificato esattamente. La dignità di re non è ereditaria, e quindi Telemaco non può aspirare automaticamente al trono di Ulisse; se poi la regina Penelope si risposasse, lui perderebbe ogni diritto; persino Ulisse, se tornasse, dovrebbe faticare per imporsi. E’ infatti l’assemblea che comanda: si è re non tanto per volere divino o per discendenza dinastica, ma perché il popolo riconosce l’autorità regale. Così continua Telemaco:

Non è un male essere re: la sua casa subito
abbonda di beni, ed egli è molto onorato.
Ma prìncipi achei ce ne sono anche altri,
e molti, a Itaca cinta dal mare, giovani e anziani.
Qualcuno di loro abbia il regno, se è morto Odisseo luminoso. (I, 392-396)

Siamo solo alla fine del primo libro, e Omero ci ha già ripetutamente fornito tutti i temi che confermano questa tesi: Ulisse è morto, tocca a Telemaco liberarsi dei concorrenti se vuole diventare re; ma, ovviamente, non può farlo da solo, ha bisogno di aiuto. Quindi convoca l’assemblea  del popolo, piange la morte del padre e si lamenta dell’invadenza dei pretendenti.

Molto si perde. Perché non c’è l’uomo
che era Odisseo per cacciare il malanno di casa.
Noi non valiamo per ora a cacciarlo: e anche in futuro,
forse, saremo meschini  e non esperti di forza:
ma li caccerei, se avessi il potere. (II, 58-61)

Telemaco quindi sta già pensando di cercare “un aiutino” all’esterno.
Ma qui si ha una prima rivelazione: Penelope non ha la minima intenzione di risposarsi. Antinoo, il “boss” dei pretendenti, racconta la famosa storia della tela tessuta dalla regina, che aveva promesso di scegliere il nuovo sposo al completamento del lenzuolo funebre per il suocero Laerte. Per impedire che ciò accadesse, la notte disfaceva la tela che aveva tessuto durante il giorno. Ma i Proci avevano scoperto il trucco. Penelope sa che per risposarsi dovrebbe ritornare a casa del padre Icario, ma preferisce evidentemente restare come regina a Itaca insieme con il figlio. Probabilmente anche lei capisce che se si risposasse e desse all’isola un nuovo re, Telemaco rischierebbe di essere brutalmente eliminato dal nuovo padrone. Per cui Antinoo si lamenta:

Verso di te non i pretendenti achei sono colpevoli,
ma la madre tua cara, che sa troppe astuzie (II, 87-88)

… e astuzie, come nessuna sentimmo, neppure delle antiche […]
nessuna di quelle seppe pensieri come Penelope (II, 118-121)

Quella di essere “abile negli inganni” non doveva essere una caratteristica del solo astuto Ulisse, ma una peculiarità che coinvolgeva l’intera famiglia: Penelope, Telemaco e persino, come vedremo, Autolico,  il nonno di Ulisse. Una sana tradizione che durava da tempo!
E che dire del loro cantore Omero, che continua ad ingannarci e contemporaneamente a lodare l'arte dell'inganno?
Ma anche i pretendenti non scherzano, e si sono installati nella reggia a mangiare e bere per forzare la regina a rompere gli indugi: chi crede di aver inventato qualcosa con le “occupazioni” e gli “espropri proletari” non immagina neanche dove questa forma di protesta abbia avuto inizio!
Ed ecco che due aquile volano sopra la folla, e un vecchio indovino predice dai loro movimenti che Ulisse sta per tornare e portare rovina ai pretendenti; come sempre, chi dice che Ulisse è vivo viene smentito subito, e infatti Eurimaco sarcastico commenta:

Io molto meglio di te so spiegare queste cose:
uccelli, molti sotto i raggi del sole
ne girano, e non tutti fatali: quanto a Odisseo
è morto da un pezzo: e fossi morto tu pure
con lui, che non diresti sciocchezze spiegando gli auguri (II, 180-184)

Con la nostra mentalità moderna e razionale noi sentiamo di dover dar ragione a Eurimaco. E forse anche Omero, che, come stiamo cercando di spiegare, era tutt’altro che irrazionale, anche se ricorreva alle mitologie per motivi… di lavoro. Eh sì, il conflitto tra scetticismo e superstizione, tra scienza e fede non è un problema moderno ma ha origini parecchio più antiche!
L’assemblea si scioglie in modo inconcludente, il popolo resta a guardare e non si schiera da nessuna parte. Telemaco decide di partire in nave con Mentore ed un equipaggio di 20 giovani, suoi coetanei, alla volta di Pilo e Sparta, ufficialmente per cercare notizie del padre. Ma i pretendenti subodorano che ci sono guai in arrivo:

Ahi ahi! Telemaco vuol macchinarci la morte.
Certo si porterà difensori dal Pilo arenoso
Oppure da Sparta, perché atrocemente ora smania! (II, 325,327)

Si noti che Telemaco, per far provviste prima di partire, sale nella stanza del padre

Ampia, dove oro e bronzo giacevano a mucchi,
e vesti nei cofani, e molto olio fragrante,
e vasi di vino vecchio dolce da bere (II, 338-341)

Guarda caso, sono più o meno gli stessi doni che “Ulisse” riceverà dai Feaci, i navigatori che lo riporteranno a Itaca sbarcandolo dall’altra parte dell’isola, e che verranno prima deposti sulla spiaggia e poi nascosti in una grotta. Come pure, Telemaco porterà dei doni simili nel suo viaggio, e altrettanti ne riceverà da Menelao prima di ritornare. Semplici coincidenze? O non è più logico pensare che questo continuo spostarsi di regali non sia altro che una specie di gioco delle scatole cinesi per confondere le idee, e per non far capire da chi provengono e a chi sono destinati? E che quindi, in realtà,  questa non  fosse altro che la ricompensa per il “lavoretto” che avrebbero dovuto compiere i “difensori” appositamente ingaggiati?



Raffaello Sanzio, il convitto degli Dei, Villa Farnesina, Roma